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Capitolo 3

 

 

 

 

Ma credo che papà non possa capire: noi due non facciamo mai le stesse cose, eccezion fatta per il pisolino domenicale, rigorosamente lungo e insieme.  Ma almeno Ely e Leo dovrebbero comprendermi: Ely spesso non esce, come me, per giorni, a volte settimane e quando non cucina o non gioca con me, passa il tempo o sul divano a leggere o seduta, con il sottoscritto in braccio, a scrivere interi blocchi di appunti.  Andiamo d’accordo, anche perché mi dedica più tempo di tutti gli altri: gioca, mi prepara da mangiare, mi cambia i sassolini quando sono sporchi, mi pettina, dormiamo insieme quando a volte si sdraia dopo pranzo. Mi sbaciucchia un po’ troppo, ecco, ma pazienza!  La sorella di Ely, Leo, mi dedica molto meno tempo, ma trascorre molte ore davanti alla televisione, sdraiata da qualche parte. Io spesso ne approfitto per piazzarmi sulle sue gambe e fare le fusa. A lei piace molto. E a me anche!  Ma non crediate che mi piacciano tutti gli umani! Innanzitutto i vecchi mi spaventano terribilmente: è una fobia del tutto irrazionale, lo so, ma ho sentito una volta Ely dire “Fidarsi è bene e non fidarsi è meglio!”. E se lo dice lei che studia filosofia, c’è da fidarsi… o non fidarsi è meglio?  Accidenti, sto delirando come lei, tale e quale! Cercherò di stare più attento. Un’altra categoria di persone che non tollero è costituita dai cuccioli umani. In questo caso, come certamente saprete, la paura non è campata in aria: pur essendo piccoli sono imprevedibili e pericolosi. Da un momento all’altro squittiscono con orride vocine, a ultrasuoni si direbbe, ti saltano addosso cercando di cavalcarti, ti mordono la coda, ti strappano i baffi… e se tu vieni sorpreso a soffiare all’assassino ti prendi pure gli insulti – e talvolta anche i castighi – da parte degli umani adulti.  Per fortuna la nostra casa non è infestata da questi mostruosi esserini. L’unico in circolazione, però, è veramente terribile. Si tratta del cugino di primo grado di Ely e Leo, un certo Daniele, che adesso ha dodici anni. Da sempre non appena riconosco la sua voce e il suo passo vado a rintanarmi in un nascondiglio sicuro (dietro il divano, sotto il letto di Ely, nell’armadio dei maglioni…) e vi resto fino al segnale di cessato pericolo.  Tale segnale è gentilmente e prontamente inviato dalle mie tre fide amiche, che capiscono bene il problema. Il mio sesto senso felino mi suggerisce che talvolta, soprattutto in passato, quando Daniele era più piccolo e petulante, abbiano ardentemente desiderato nascondersi insieme a me. Quello che mi sfugge è il motivo per cui non l’hanno mai fatto!    In casa nostra passano, quasi quotidianamente, molti visitatori.  Naturalmente io “leggo” nelle loro menti, e quando – come accade inevitabilmente – vengo presentato agli ospiti, capisco all’istante se chi mi sta davanti mi trova adorabile, disgustoso o gustoso – magari al forno! Sì, lo so che è orribile, ma queste cose accadono.  Tornando a noi, se la persona presentatami non mi piace, soffio o scappo via. Mi rendo conto di mettere in imbarazzo i miei amici umani, che spesso sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco, come dicono loro. Ma io sono un gatto, e dico – anche se non a parole! – quello che penso. Sempre.    State pensando che sono di gusti troppo difficili e poco socievole? Beh, vi sbagliate! Più di una volta è capitato che la mia amica Ely abbia invitato un gruppo di ospiti a casa, per mangiare e fare baccano. Spesso resto incuriosito a osservarli, fingendo di dormire sul divano o sul davanzale della finestra. Ma se la compagnia mi va proprio a genio non ci trovo niente di male a unirmi a loro.  La prima volta che sono saltato a tavola, mi sono molto stupito dell’espressione incredula e semisconvolta di Ely: lei mi volgeva le spalle e non si era nemmeno accorta dell’atletico balzo. Se ne accorsero gli ospiti, invece. Io li avevo analizzati e sapevo che l’avrebbero presa come una divertente birichinata di micio. Ely invece non conosceva bene i suoi ospiti: cominciò a farfugliare “Ma Chicco! Cosa fai? Scusate, non si comporta mai così…” e frasi simili. Uffa! Io ravvivo la serata e offro spunti per la conversazione spentarella e lei non mi fa neanche la solita vocina scema: che riconoscenza, eh?!?!  Quella stessa sera Ely finse di scandalizzarsi anche in un’altra occasione: uno degli ospiti mi vide leccare il formaggio dalla grattuggia – è ruvidina, ma sfiziosa! – e riferì la cosa, molto tranquillamente a Ely. Ely, tutta rossa in viso, venne a “sgridarmi” ufficialmente: “Non fare il gatto cattivo! Adesso mi fai proprio arrabbiare, capito?…”; mentre pronunciava queste parole, visto che eravamo noi due soli in cucina, mi prendeva un piattino e ci grattava un po’ di formaggio. Questa sì che è diplomazia! Io le fui molto riconoscente e, per ringraziarla, quella notte dormii acciambellato sui suoi piedi. 

Quando ero bambina guardavo sconcertata la mia mamma prodursi in buffi saltelli e sequenze di gesti improbabili ogniqualvolta si imbatteva in un’ape o una vespa. Intorno ai 10 anni studiai che questi spesso indesiderati insetti pungono solo se minacciati e che generalmente poi muoiono. Da allora sperimentai più volte personalmente che api e vespe erano vittime inconsapevoli di un immeritato pregiudizio e mi dichiarai sempre in loro favore. Quando poi mi accorsi che le vespe erano attirate dalla carne, iniziai a condividere il mio pasto con loro. Non farlo mi pareva proprio meschino, considerando che date la loro velocità e dimensioni non sottraevano che mezzo boccone al massimo. L’ammirazione che suscitavo negli astanti mi ricompensava ampiamente del sacrificio e lo sguardo attonito e nauseato dei commensali meno animalisti mi divertiva anche di più. Continuai quindi a dispensare pollo alla brace, prosciutto cotto e costine di maiale anche davanti alla mia mamma che, dopo solo pochi anni, si convertì alla causa pro-api e vespe e principiò a parlare con malcelata superiorità di quanti di fronte a un esserino piccolo come una vespa fanno tante scene…

Questo amore non era tuttavia destinato a durare. Il primo passo verso la rottura risale a un giorno di vacanza di qualche anno fa. Ero a Ischia e risalivo dalla famosa spiaggia dei Maronti trascinandomi esausta per la famigerata “vecchia strada” per la medesima. Non nascondo che ogni scusa era buona per approfittare di una breve sosta: toh, un formicaio… saranno maturi quei fichi?… com’è secca l’erba, da quanto non piove?… ehi, guarda i pomodorini appesi in quel cortile: perché a me marciscono e agli altri no?…

Poi d’un tratto mi avvidi di una piccola massa inerte sul sentiero a pochi metri da me. Temendo si trattasse un gattino mi avvicinai cercando di non guardare, ma più da vicino non sembrava affatto un gatto. In effetti si trattava di un topo morto. Storsi il naso (in famiglia lo facciamo parecchio bene!) perché anche se non ho simpatia per i topi trovarmi un cadaverino sul sentiero non mi faceva particolarmente piacere. Tra l’altro era attorniato da mosconi e altri insetti. Alcuni, vi dirò, insospettabili: le formiche per esempio… Ma non mangiavano semini raccolti durante l’estate e briciole di pane? E che ci fanno le vespe qui intorno? Guardai meglio: le vespe non erano intorno, ma sopra il topo morto, che stavano tagliuzzando con la ben nota tecnica con cui per anni si erano servite del MIO prosciutto, nel MIO piatto! GASP!!! Certo sono le api, non le vespe, che svolazzano tra i fiori tutto il santo giorno, ma tra catturare un ragnetto o una zanzara e sezionare un topo morto c’è una bella differenza!

Ovviamente da allora le vespe non furono più gradite a pranzo dalla sottoscritta. Di tanto in tanto, tuttavia, preparavo per loro un piatto con gli avanzi che posizionavo a debita distanza dalla tavola. Dopotutto non si tratta di scelta: è in gioco la catena alimentare, il grande cerchio della vita, la Natura insomma…

Così continuai fino a due anni fa, quando andai in vacanza con mia sorella in una cascina del pavese. I bambini avevano quasi un anno e per farli rinfrescare la mattina riempivamo due catini d’acqua dove avrebbero fatto il bagno più tardi. Ai piccoli l’idea piacque molto. Ad api e vespe pure: ogni giorno gli esemplari che trovavamo appollaiati sull’acqua cresceva vertiginosamente e sembravano sempre meno disposti a cedere il posto ai due piccoli bagnanti. La tensione aumentò quando una vespa si infilò nella maglietta di mia sorella e la punse sulla schiena. Temendo che potesse accadere anche ai bambini, durante il bagno vegliavo armata di asciugamano, che sventolavo intorno ai nostri cuccioli. Probabilmente nel corso di una manovra sculacciai una vespa permalosa che prese a puntare il mio viso e le orecchie. Parai una volta, due volte, poi capii che ce l’aveva proprio con me e fuggii senza ritegno per il prato scuotendo la testa e l’asciugamano come un’indemoniata. Le vespe, però, volano veloci e l’implacabile insetto non mi mollò finché non mi punse, sulla mano per fortuna. Neanche a farlo apposta ebbi una reazione allergica che mi fece gonfiare la mano a dismisura.

Adesso quando vedo una vespa sono io che non riesco a contenere l’agitazione e la mia mamma cerca di spiegarmi con dolcezza che le poverine pungono solo se provocate… Ma chi ci crede più?

Quando pensavo al cavallo, possente e nobile creatura che affianca l’uomo da millenni, il mio pensiero correva veloce all’immagine dei carri del far West, a eroiche fanciulle che con l’aiuto del fedele amico sfrecciavano tra mille pericoli, i capelli fluenti svolazzanti, per strappare l’amato all’abbraccio della morte, a romantiche passeggiate sulla spiaggia all’ora del tramonto, momento ideale per dichiarazioni d’amore e proposte di matrimonio… Va bene, forse è troppo!

In ogni caso quando seppi che il villaggio turistico di cui ero ospite proponeva lezioni di equitazione, non stavo più in me dalla voglia di provare. Mi balenò il timore di non essere all’altezza della prova, ma fugai subito il cupo pensiero: bisogna essere ottimisti a questo mondo, non è vero? E poi il cavallo è ampiamente utilizzato anche in medicina, l’ippoterapia è praticata con successo su pazienti disabili che grazie ad essa recuperano fiducia in se stessi e migliorano le proprie capacità, per non parlare dei tanti psicologi che consigliano ai pazienti l’equitazione per ritrovare un sano equilibrio interiore. Vi siete convinti?

Io lo ero. Il giorno della prima lezione arrivai baldanzosa al maneggio, dove mi furono impartite le prime nozioni di trotto. Il resto del tempo lo passai a girare in tondo con altri esordienti. Non fu esaltante come speravo e si rivelò decisamente più faticoso del previsto. Mi allontanai sudata fradicia, con un deciso dolore al fondoschiena e una camminata degna di un vecchio e stanco cowboy. Ma non ero intenzionata ad arrendermi. All’inizio tutto pare difficile, no?

Quando mi presentai alla seconda lezione non ero proprio in piena forma: sulla parte interna delle ginocchia avevo delle escoriazioni dovute allo sfregamento contro la piega dei jeans. Pazienza. Mi fu assegnato un cavallo docile, sul quale feci qualche giro di trotto… O almeno avrei dovuto farlo! Mentre i miei compagni procedevano indisturbati, infatti, il mio cavallo tendeva a fermarsi ogni volta che l’istruttore si allontanava, salvo poi ripartire quando tornava. A nulla valevano i miei tentativi di spronarlo con suadenti parole, pacche comprensive sul dorso e ripetizioni dei movimenti appresi. Quando l’istruttore se ne avvide mi disse di assestargli dei colpi decisi con i talloni. Non mi piaceva l’idea e forse eseguii le istruzioni con eccessiva timidezza. Tuttavia, poiché era presente l’istruttore, il cavallo si rimise in moto. La lezione prevedeva anche una breve passeggiata. Finalmente! Avrei goduto il brullo paesaggio sardo da una prospettiva privilegiata… I cavalli procedevano in fila indiana sullo stretto sentiero. Io ero rimasta indietro dopo che l’istruttore era passato in testa al gruppo, che si allontanava sempre di più. Non potevo fare altro che colpire di tacco il testardo destriero, che dopo qualche tentativo si rimise in cammino. Purtroppo aveva deciso di riunirsi al gruppo seguendo una scorciatoia tra i massi sulle pendici in discesa accanto al sentiero. Ogni tanto uno zoccolo scivolava sulla pietra e io cominciavo a temere di non avere un futuro, ma per fortuna andò tutto per il meglio. L’istruttore mi guardò con disappunto, neanche fosse stata una mia idea!

Le cose non migliorarono alla terza lezione: uno dopo l’altro provai tutti i cavalli del maneggio, ma sotto la mia guida nessuno sembrava “funzionare” a dovere. Mi fu consegnato anche un frustino di fortuna (un rametto lungo privato delle sporgenze), ma l’unico risultato che ne ricavai fu una piaga fastidiosissima sul mignolo della mano destra. Non restava che provare il cavallo più basso, con sella all’americana, destinato generalmente a bambini piccoli e casi disperati. Lì non dovevo fare niente: era un cavallo del tutto automatico. La mia autostima ne risentì parecchio, ma volli provare ancora una volta.

Era tardo pomeriggio e io ero l’unica principiante imbranata del gruppo. Decisero di andare in passeggiata sul vicino lago salato. Quando lo raggiungemmo lo spettacolo era maestoso: il tramonto colorava di rosso il cielo e donava riflessi incantevoli alla distesa d’acqua. Raggiungemmo la riva e ci avviammo sull’ampia spiaggia deserta. Era fantastico, quasi come nei miei voli pindarici… I cavallerizzi più esperti morivano dalla voglia di fare una bella corsa su quel lido magico e partirono al galoppo. Purtroppo il mio cavallo automatico ritenne di dover essere coinvolto e partì al galoppo di propria iniziativa. Immagino di aver fatto tutto ciò che la teoria raccomanda di non fare: con gli occhi sbarrati dal terrore mi abbarbicai alla criniera e al collo dell’intraprendente cavalcatura, cercando un improbabile appiglio con ogni parte del mio corpo. Non vedevo più l’incantevole scenario che mi circondava e la paura mi impediva addirittura di rivedere scorrere la mia breve vita prima del trapasso che ormai pareva inevitabile. Evidentemente il destino aveva altro in serbo per me e dopo un periodo apparentemente interminabile, il cavallo si fermò. Fui scortata al maneggio dall’istruttore che ritenne saggio non allontanarsi più e quando scesi da cavallo sapevo che non vi sarei mai più salita. Istinto di conservazione batte sogno romantico 10 a 0! Non sono portata per certe cose, è meglio arrendersi all’evidenza.

Preferisco continuare a trattare con i gatti: almeno loro – è risaputo – non obbediscono a nessuno…

Si fa per dire…

Al gatto che lecca lo spiedo, non affidare l’arrosto

Meglio non indurre in tentazione persone di dubbia affidabilità. Al gatto in sé, invece, non negherei almeno un assaggio di arrosto.

 

Aver sette vite come i gatti

Si dice di chi resiste a eventi gravi, come malattie-dissesto economico-incidenti-ecc. e si riprende del tutto, dimostrando una volontà più forte delle difficoltà.

Quando gli antichi notarono che il gatto, cadendo sempre sulle zampe, riusciva a riprendersi da una caduta dall’alto che sarebbe risultata fatale ad altre creature, si convinsero che avesse sette vite e che fosse in combutta con le potenze occulte e con le streghe.

Sebbene io sappia per certo che purtroppo non sempre i “voli” dei mici finiscono bene e che nulla hanno a che fare con le forze occulte, non nego che il loro ron-ron abbia qualcosa di magico…

 

Avere una gatta da pelare

Indica un grosso problema da risolvere, ma l’espressione non mi piace molto. Suggerirei “avere una gatta da CURARE”: con la mia il detto assume lo stesso identico significato!

 

Chi di gatta nasce sorci piglia, se non li piglia non è sua figlia

Chi nasce di gatta piglia i topi al buio

Sono la versione in chiave felina del proverbio latino Qualis pater, talis filius – ossia Tale il padre tale il figlio: i figli solitamente assomigliano ai genitori, perlopiù per le qualità negative.

 

Chi non ha il gatto mantiene i topi, e chi ce l’ha mantiene tutti e due

Io ho due gatte. Nelle prossime pulizie di primavera (ormai l’estate è alle porte) verificherò se ho altri inquilini…

 

Chi serba, serba al gatto

Certo con i tempi che corrono è bene non sprecare o sperperare… Chi ha però l’abitudine di privarsi di qualcosa, per metterla da parte e consumarla in un secondo tempo, rischia di non poterne più usufruire e di lasciarla a chi non saprà che farsene. Ma chi ce lo fa fare?

 

Comprare la gatta nel sacco

Che idea! Non è meglio “comprare a scatola chiusa” per dire acquistare senza controllare?

 

Dio ti guardi da quella gatta che davanti ti lecca e dietro ti graffia

In sintesi, occhio ai voltafaccia di quanti credi benevoli. Il gatto qui non c’entra. Immagino sia stato scelto perché immediatamente riconducibile alle “leccate” e agli artigli minuti ma micidiali.

 

Essere come cane e gatto

Significa litigare in continuazione. Questo modo di dire nacque in periodi di miseria e povertà, quando cani e gatti attendevano di mangiare gli scarsi avanzi che i commensali impietositi passavano loro sotto il tavolo. La fame è brutta e scatenava liti furibonde tra il cane, più forte, e il gatto, più agile: ringhi, graffi, morsi, soffi… Oggi che gli animali domestici (quelli fortunati, intendo) sono ben nutriti, abbondano gli esempi di civile convivenza tra cani e gatti, e gli amici a quattro zampe danno prova di “umanità” inaspettata, come Sara – la cagnolina della foto – che adottò senza riserbo i due micetti, facendosi venire addirittura una gravidanza isterica.

Chi si comporta ancora “come cane e gatto” siamo noi umani, e non solo quando facciamo politica…

 

Essere come il gatto e la volpe

Il richiamo a Pinocchio è evidente: si tratta di due persone poco raccomandabili che si uniscono per imbrogliare il prossimo. E – ahinoi – da quanti di loro dobbiamo difenderci!

 

Essere quattro gatti

Equivale a essere pochi. Ma avete mai avuto quattro gatti in un appartamento di 60 metri quadri in città? L’effetto sovraffollamento è assicurato. Provare per credere…

 

Fare la gattamorta

Si dice di chi finge di non accorgersi di nulla per fare poi i propri comodi. Ne parlano tre famosi favolisti. Esopo racconta di un gatto che si lascia spenzolare a testa in giù fingendosi morto per acciuffare i topi ingenui che si avvicinano. Fedro lo riprende trasformando il gatto in una donnola vecchia e malconcia che si ricopre di farina e si lascia cadere in un angolo buio da dove cattura i topi. La Fontaine combina le due versioni e parla di un gatto tanto temuto dai topi che questi non osano più uscire dalle loro tane. Il gatto allora si finge morto finché i topi si convincono del lieto evento e gli si avvicinano incauti per festeggiare. A quel punto il gatto si riprende e guadagna una lauta colazione. Tenta in seguito di ingannarli una seconda volta imbrattandosi di farina e nascondendosi nella dispensa. Ma questa volta un topo esperto fiuta l’inganno e si salva.

 

Fare la gatta di Masino

Si tratta di un detto toscano che corrisponde in parte a “fare la gattamorta”. Si dice di chi ha l’abitudine di lasciar correre, fingendo di non accorgersi di nulla per tornaconto proprio o altrui. Il riferimento è a una gatta che avrebbe chiuso gli occhi per non vedere i topi.

 

Gatta ci cova!

Naturalmente non sul serio… Significa che qualcosa non va, che c’è sotto un trucco, un inganno, un’insidia. Avete presente un gatto che fa un agguato a un interessante malcapitato (animato o inanimato che sia) o quando attende accovacciato che voi vi giriate a prendere il sale per sottrarvi la fetta di carpaccio? Pare benevolo e mansueto fino all’ultimo, vero?

 

Gatto rinchiuso diventa leone

Le persone più mansuete possono diventare inaspettatamente aggressive se messe alle strette. Stavolta il paragone calza a pennello…

 

Giocare come il gatto col topo

In appartamento, dove i topi fortunatamente scarseggiano, il gatto può trastullarsi con mosche, zanzare, cimici e ragnetti. La regola è sempre la stessa: divertirsi a stuzzicare un avversario più debole.

 

Il gatto brontola sempre, anche quando è contento

Quelle si chiamano fusa! Il proverbio riassume un punto di vista decisamente non gattofilo, mi pare.

 

Insegnare ai gatti a rampicare

Corrisponde a pretendere di insegnare qualcosa a chi la conosce benissimo. Mi sembra altrettanto inutile impartire lezioni di “graffi sul divano” agli altrimenti adorabili mici.

 

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi

Le cose fatte di fretta il più delle volte riescono male. È nell’esperienza di tutti, specie con l’aggravante dei corollari della legge di Murphy: quanto più si ha fretta più si moltiplicano gli intralci sul nostro cammino, quando si aspettano ospiti l’arrosto brucia ecc. ecc. ecc.

 

La gatta vorrebbe mangiar pesci ma non pescare

Arriva dai latini – cattus amat pisces, sed non vult tingere plantas – per indicare chi vorrebbe soddisfare le proprie voglie senza fare alcun sacrificio personale. Gli scansafatiche ci sono sempre stati e sempre ci saranno…

 

Lavarsi come i gatti

Significa lavarsi poco e in fretta, ma devo dissentire: i gatti sono creature molto pulite e trascorrono gran parte del dopopasto a lavarsi con cura seguendo il loro affascinante rituale.

 

Levare le castagne dal fuoco con la zampa del gatto

Vuol dire fare qualcosa che torni a proprio vantaggio lasciando i pericoli agli altri. In una favola di La Fontaine una scimmia e un gatto videro delle castagne che arrostivano sul fuoco e decisero di rubarle. La scimmia accampò la scusa che le sue zampe non erano adatte e convinse il gatto a effettuare la rischiosa operazione per entrambi, ma poi mangiò tutte le castagne sottratte con astuzia e fatica dal povero gatto, che pur essendo un ladro riscuote la mia simpatia per motivi personali…

 

Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco

Vale a dire: aspetta a cantar vittoria finché non sei sicuro di aver raggiunto lo scopo. Io non ho mai messo gatti nel sacco, ma confesso di aver incontrato una certa difficoltà nel rinchiudere le mie due micine nella gabbietta per trasportarle dal veterinario.

 

Quando il gatto non c’è, i topi ballano

Si riferisce a quanti, in assenza di chi li controlla e comanda, ne approfittano per fare il proprio comodo. Si tratta di una tendenza innata, a parer mio: sono esperti della materia anche i bambini di tutte le età – a partire dai miei…

 

Quando scherzi col gatto e l’accarezzi, non sai mai che fine avran quei vezzi

In senso letterale sarà anche vero, ma credo che il gioco valga la candela… Negli altri sensi concordo che la prudenza non è mai troppa.

 

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino

I gatti, si sa, sono golosi di tutti i cibi grassi (anch’io, ma ho il colesterolo alto e la mia linea “morbida” non li consente). Il proverbio dice che la gatta che ruba il lardo e ci prende gusto finirà prima o poi nella trappola tesale. Sottintende che anche chi commette furfanterie varie presto o tardi verrà scoperto. Almeno si spera.

 

Il dono di Cupido

Che hai fatto, Cupido burlone?

Col dardo incantato colpisti il cuore

a una fanciulla e a un micetto!

 

Non fu un errore: io, demone alato,

intesi farle quale dono divino

un amore puro e prezioso.

Sai dirmi cosa ama una fanciulla

del suo amato? Non certo il possente corpo,

o i capelli corvini e fluenti:

ella l’anima vi cerca

per afferrarla qualche raro istante.

Ma l’amato si faccia solo sfiorare!

Ché se l’anima sua volesse

per sempre restare intrappolata

non più sarebbe amato,

bensì curioso oggetto da mostrare…

Il gattino della giovane donna

che tu vedi, nasconde abilmente

in un minuscolo corpo

bellezza, agilità, forza e verità.

Mai ella potrà conquistarlo

e costringerlo a far ciò che non vuole.

Ma se l’indipendente spirito decide,

un solo sguardo e dolci vibrazioni

portano le anime gemelle

a gioire dell’armonia del cosmo.

Nel giardino di un condominio si stava svolgendo in un caldo pomeriggio di primavera una festa di benvenuto. Si festeggiava la nascita di quattro stupendi gattini.

“Come sono belli! E hanno un musetto vispo vispo. Hai già scelto i loro nomi, cara?” chiese Brigitta alla mamma dei cuccioli.

“Non ancora. Almeno per i due maschietti rossi e la femminuccia bianca e nera. Ma credo proprio che questo bricconcello tutto grigio lo chiamerò Grigetto.” Rispose Bianca all’amica.

Era infatti tradizione di famiglia chiamare i piccoli con un nome che richiamasse il colore del loro pelo. Bianca era tanto felice, ma un presentimento di mamma la preoccupava e sentiva di dover proteggere in modo particolare proprio Grigetto.

Le settimane passavano veloci e Grigetto diventava ogni giorno più bello e più vivace. Ma la sua mamma era ancora preoccupata. E a ragione: mentre i fratellini tendevano agguati alle mosche, cacciavano lucertole e scalavano gli alberi del giardino, Grigetto preferiva giocare a rincorrersi insieme ad alcuni amici spericolati in una casa abbandonata poco distante.

“Non andare, Grigetto! È pericoloso: finirai per farti male!” gli diceva la mamma. Ma Grigetto le rispondeva:

“Non preoccuparti, mammina. Io sono grande e forte: non mi succederà niente, vedrai!”. Poi le faceva un gobbino e correva dai suoi amici.

Ma un brutto giorno, mentre giocava nella casa abbandonata, un colpo di vento improvviso fece sbattere una porta. Grigetto sentì un forte colpo sul sederino, come una sculacciata fortissima. E quando si voltò per vedere che cosa era successo, urlò: “Oh, no! La mia coda! Mamma, mammaaaa: sono rimasto senza coda.” correndo a piangere dalla mamma.

Bianca era molto triste per Grigetto: per un gattino la coda è molto importante: non solo è molto bella, ma contiene il prolungamento della spina dorsale e senza di essa i gatti non hanno più equilibrio e non corrono più bene. E a vederlo così mogio mogio a guardare gli altri gattini correre e saltare non ce la faceva proprio più. Per fortuna conosceva e sapeva come rintracciare la fatina dei gatti.

“Solo tu mi puoi aiutare, fatina. Ma il mio cucciolo deve imparare la lezione: aspetta ancora qualche giorno prima di venire.”

Tre giorni dopo Grigetto stava pensando ancora una volta a quanto era stato sciocco a non dare ascolto alla mamma. Se l’avesse fatto avrebbe avuto ancora la sua coda e Fiammetta, quella bella gattina rossa di cui era innamorato, non lo avrebbe lasciato solo tutto il giorno per giocare con gli altri gatti che correvano spensierati. Mentre era immerso in questi tristi pensieri sentì una voce che lo chiamava.

“Ciao Grigetto! Dove è finita la tua bella coda?”

Si voltò e a stento riusciva a credere ai suoi occhi: davanti a lui c’era una meravigliosa gattina gialla e nera con una coda lunga e soffice. Pochi avevano avuto la fortuna di incontrarla, ma qualunque gatto l’avrebbe riconosciuta:

“Non ci posso credere! Fatina sei tu!?! Oh come sono felice di vederti. Sapessi cosa è successo: mentre giocavo nella casa abbandonata, il vento ha fatto sbattere una porta e di colpo – ZAC – ho perso la mia coda.”

“Uhmm – fece la fatina – a me risulta che in quella casa non saresti dovuto andare…”

“è vero: non ho ascoltato la mia mamma che mi raccomandava sempre di stare attento. Vorrei tanto averle dato ascolto!”

“Tu sai che io potrei darti una coda nuova, vero?”

Grigetto annuì.

“Ma io faccio queste magie solo per gatti coscienziosi che non perdono la coda per giocare a rimpiattino con gli amici. Potresti perderla di nuovo…”

“Oh no, fatina! Ti prometto che se mi darai una coda nuova starò attentissimo. Non farò più cose pericolose e giocherò con mosche, farfalle e topolini come i miei fratelli. Ti prego…”

“E va bene – si convinse la fatina – Preparati. Ma ricorda che se perderai di nuovo lòa coda io non tornerò ad aiutarti. E ora chiudi gli occhi.”

Grigetto obbedì e chiuse gli occhi.

Mrrr, mrrrr, mmrrr – pronunciò gravemente la fatina – e ora siediti, Grigetto.”

Grigetto si sedette e… Meraviglia! Aveva di nuovo la coda. Era bellissima, e morbida, e lui poteva tornare a correre. Era felice e si voltò per ringraziare la buona fatina. Ma era sparita, probabilmente per andare ad aiutare qualche altro gattino in difficoltà.

“Grazie, fatina!” urlò Grigetto e corse dalla sua mamma, dai fratellini, da Fiammetta e dai suoi amici a mostrare la coda nuova. E da quel giorno Grigetto si poteva riconoscere proprio da questo: era sempre il gatto con la coda più curata e morbida e il più attento ai pericoli. 

Capitolo 2

Certo non sono state tutte rose e fiori!

Una delle cose che detesto di più è viaggiare, eppure loro insistono a muovermi dalla città, soprattutto in estate. La mia prima esperienza fu sconvolgente: andammo a Napoli. Dieci ore rinchiusi in una misera stanzetta mobile, calda, affollata e orribilmente ringhiante.

La odio! Ben dieci ore di viaggio, dicevo, per che cosa? Per andare in una casa estranea dove abitava un mio simile molto aggressivo, nei miei confronti almeno, che non mi poteva soffrire. Ogni giorno la mia famiglia e la famiglia di Ciccio (il gattaccio) uscivano e stavano fuori tutto il giorno. Per evitare qualsiasi contatto-scontro fra me e Ciccio, veniva chiusa la porta fra due stanze comunicanti. Ma un giorno una corrente d’aria spalancò la porta in questione.

Purtroppo Ciccio se ne accorse: venne a stuzzicarmi e di lì a poco venimmo allo scontro fisico più violento che mi sia capitato nella mia vita! Ciccio soffiava, ringhiava, colpiva, graffiava… e io cercavo di difendermi in qualche modo. Riuscii ad assestargli qualche zampatacome si deve, ma nell’impeto della lotta andai a sbattere il muso contro un mobile e mi spezzai un canino.

Quando i miei rientrarono, mi resi conto che l’incidente occorsomi aveva causato qualche incomprensione tra i due nuclei familiari. Infatti un paio di giorni dopo tornammo – finalmente! – a casa.

Che emozione quando riconobbi il palazzo, il giardino, la Micia… Ero così agitato, contento e stanco che smisi di miagolare nell’orecchio di papà, e se un gatto può sorridere, sorrisi.

 

Forse penserete che esagero ad affermare che i viaggi mi stancano in modo indicibile, ma vi mostrerò che non è così.

Secondo la legge, noi gatti dovremmo viaggiare – magari per ore e ore – rinchiusi in una gabbia di ferro. Beh, non so se avete mai provato a entrare in una gabbietta poco più grande di voi: se avete avuto questa esperienza potete capire quanto sia sgradevole. Io mi rifiuto di starci e così, non appena ci chiudiamo tutti in macchina, comincio a miagolare disperatamente – anche perché tra l’altro soffro il mal di macchina – ad agire come un gatto con turbe psichiche e a strapparmi le unghie cercando di distruggere la gabbia. Funziona sempre: nessuno di loro – papà in testa – resiste a questa scena!

Quando vengo liberato, cerco la postazione più sicura e stabile.

Visto e considerato che papà è l’umano che più mi dà sicurezza, ho sempre deciso di piazzarmi sulla sua spalla destra, con le zampe anteriori appoggiate sul suo poggiatesta e la coda intorno al suo collo. E se la sicurezza non è raggiunta, è tuttavia abbastanza vicina. Non così per quanto riguarda la stabilità: la macchina frena e riparte, frena e riparte, curva e frena… Uno stress che non vi dico! E che altro può fare un micio che scivola sulle spalle sudate del suo papà se non piangergli disperatamente nell’orecchio destro nella speranza di por fine a quella tortura?

Morale della favola: resto sveglio per tutto il viaggio, miagolo fino a diventare rauco e anche oltre, sono in posizione oltremodo scomoda e soffro l’auto. E pensare che a casa posso dormire tutto il giorno, tranquillo, con la sicurezza di tre pappe quotidiane, coccolare un po’ la mia famiglia se mi va, giocare, prendere il sole sul divano e tante altre cose che sono la felicità!

 

Nel profilo dell’autore inserito in questo blog ho asserito di essere un’amante degli animali. Ho mentito. O meglio, avrei dovuto specificare che il mio amore ha dei limiti precisi, spesso legati a esperienze traumatiche. Tanto per cominciare non mi piacciono i SERPENTI. Del resto penso che – tralasciando la moda che ha elevato al rango di animali domestici le poco raccomandabili bestiole – la maggior parte delle persone del mondo occidentale condivida il mio sfavorevole parere. Nel mio caso, però, il giudizio negativo nei confronti di questi rettili non è innato, ma ha avuto una genesi infantile e si è rafforzato in fase adolescenziale. Volete sapere perché?

Da piccola…

A tre anni avevo ancora il vizio del ciuccio. I miei genitori erano d’accordo che fosse ora di perderlo e così avviarono un rituale destinato a ripetersi per diverse settimane. La mattina, al mio risveglio, la mamma apriva la finestra e mi invitava ad appoggiare sul davanzale il ciuccio. Più tardi sarebbe passata a prenderlo mamma uccellino, che ne aveva bisogno per i suoi piccoli. Era un gesto molto generoso da parte mia, che del resto potevo farne a meno fino a sera. Nonostante le insistenze, però, pare che io non fossi disposta a essere più generosa di così. Occorreva dunque un altro stratagemma per raggiungere l’obiettivo.

L’occasione si presentò durante una breve vacanza trascorsa a Gualdo Tadino, in provincia di Perugia, dove eravamo ospiti nella villa di alcuni parenti. La grande villa era circondata da un immenso giardino (vi ricordo che avevo tre anni) dove giocavo con grande piacere. Ignoravo che in un posto tanto idilliaco potessero celarsi insidie e tranelli. Una sera mamma uccellino, che evidentemente non aveva problemi a seguire i miei spostamenti, riportò il ciuccio con un po’ di anticipo, ma tutti erano troppo occupati per ritirarlo dal davanzale e si arrivò all’ora di coricarsi.

La mamma mi mise a letto, quindi si affacciò alla finestra e si ritirò perplessa. Chiamò papà: aveva preso lui il ciuccio lasciato dall’uccellino? Certo che no: forse l’aveva preso la nonna. Negativo. Di fronte a una piccola me assolutamente smarrita venne condotta un’animata indagine che approdò all’unanimità a sospettare dell’unica creatura capace di commettere un atto tanto vile: il serpente.

La notte trascorse tormentata. Mai avevo rinunciato al mio rito per prendere sonno e attendevo ansiosa il sorgere del nuovo giorno per cercarlo insieme a papà nel giardino, dimora del serpente ladro. La ricerca mi parve interminabile, ma considerando le dimensioni del terreno da esaminare, papà fu incredibilmente fortunato a scavare nel punto giusto. Aveva notato della terra smossa di recente e scavando con il cucchiaio portò alla luce i miseri resti del mio splendido ciuccio. Era tutto tagliuzzato, anzi morsicato, e pieno di terra. Disgustoso. La mamma cercò di ripulirlo – senza eccessivo impegno, si capisce – e quando me lo presentò ancora sporco e con i chiari segni dei denti del serpente, lo rifiutai definitivamente. Non avrei potuto chiedere di comprarne un altro? Che dire, ero una bambina semplice… e da quel momento in guerra con i serpenti di tutto il mondo!

Per loro fortuna negli anni a seguire non ne incontrai alcuno: a Milano, si sa, i serpenti sono piuttosto rari. Ma la vita riserva sempre curiose sorprese…

 

Più avanti…

Quando avevo quindici anni trascorsi le vacanze estive a Sant’Arcangelo, sul lago Trasimeno. Un posticino tranquillo, molto tranquillo. Per intrattenerci frequentavamo spesso la piscina locale, dove la mamma giaceva immobile per ore sotto il sole cocente per amore della “tintarella”. Io, mia sorella e papà non abbiamo mai condiviso questa passione e gironzolavamo alla ricerca di svago fino all’ora del bagno. Un giorno papà notò un gruppetto di bagnanti curiosi accalcarsi intorno a un uomo che mostrava orgoglioso qualcosa. Andò a vedere e subito tornò a chiamare me e mia sorella. “Aspetta, metto gli occhiali…” avevo cercato di dirgli, ma fui intercettata dalla mamma che pose il veto: “No, no! Se tieni gli occhiali al sole ti resteranno i segni. Vai così.”

Andai così: con lo sguardo vacuo da miope smarrita, i capelli increspati dal cloro sciolti sulle spalle e il bikini rosso ancora umido. Il gruppetto di curiosi si faceva sempre più folto. Qualcuno scattava delle foto. Di tanto in tanto si udiva un gridolino sommesso, qualche risata, poi “Ora io!” e il capannello si rimescolava. Approfittando di questi movimenti, cercavo di insinuarmi al centro del crocchio perché non riuscivo a vedere niente. “C’è un serpente!” mi disse mia sorella prima di svignarsela. Io ero curiosa e volevo vederlo prima di seguire il suo esempio. Mi feci avanti e riuscii a vedere una ragazza che dopo la foto restituiva al legittimo proprietario un cucciolo di boa constrictor. Fu questione di un attimo. L’uomo si voltò verso di me e mi appoggiò il rettile sulle spalle. Me lo aspettavo viscido, invece era carnoso e decisamente pesante per i suoi due metri… E che odorino! La preoccupazione mi rese tuttavia incapace di ribellarmi: pensavo solo a tenere quelle fauci lontano da me e forse stringevo fin troppo la gola del lungo e innocuo rettile. Dopo un tempo apparentemente interminabile, papà scattò finalmente la foto e l’uomo che mi aveva appoggiato il serpentello sulle spalle se lo riprese, consolandolo dopo la brutta avventura (“Che cosa ti ha fatto quella cattivona?” immagino gli abbia detto, borbottando che certa gente non ci sa proprio fare con gli animali).

Tornai di filato alla nostra postazione, inforcai gli occhiali incurante dei consigli della mamma e decisi di non toglierli più. A casa mi feci la doccia e lavai i capelli, ma fu necessario un secondo lavaggio per eliminare quel puzzo di serpente. Lo sapevo! I serpenti sono fetenti in tutti i sensi…

 

Indice del libro

  • Capitolo 1 Presentazione ufficiale
  • Capitolo 2 In viaggio con papà
  • Capitolo 3 Le mie P.R.
  • Capitolo 4 Quando il pranzo è servito
  • Capitolo 5 70 mq di divertimenti. Alias Angelinoland
  • Capitolo 6 Essere gatto è… una missione
  • Capitolo 7 Io e loro
  • Capitolo 8 Per favore, no…!
  • Capitolo 9 Ogni rosa ha le sue spine
  • Capitolo 10 Un eroe in famiglia
  • Capitolo 11 Pochi, ma buoni
  • Capitolo 12 Ely bifronte

Capitolo 1



Proprietario:            Gustavo S.

Dati di identificazione

Specie e nome:      Gatto Angelino

Data di nascita:      1.9.1999

Sesso:      maschile

Razza:     comune

Colore:      tigrato e bianco

Residenza:     Milano

 

Questo è quanto risulta dal mio libretto sanitario, ma devo apportare le debite correzioni: a parte il fatto che sono un gatto e risiedo con papà e le ragazze a Milano, tutti i suddetti dati sono errati o quanto meno inesatti. Continua a leggere