Nel profilo dell’autore inserito in questo blog ho asserito di essere un’amante degli animali. Ho mentito. O meglio, avrei dovuto specificare che il mio amore ha dei limiti precisi, spesso legati a esperienze traumatiche. Tanto per cominciare non mi piacciono i SERPENTI. Del resto penso che – tralasciando la moda che ha elevato al rango di animali domestici le poco raccomandabili bestiole – la maggior parte delle persone del mondo occidentale condivida il mio sfavorevole parere. Nel mio caso, però, il giudizio negativo nei confronti di questi rettili non è innato, ma ha avuto una genesi infantile e si è rafforzato in fase adolescenziale. Volete sapere perché?
Da piccola…
A tre anni avevo ancora il vizio del ciuccio. I miei genitori erano d’accordo che fosse ora di perderlo e così avviarono un rituale destinato a ripetersi per diverse settimane. La mattina, al mio risveglio, la mamma apriva la finestra e mi invitava ad appoggiare sul davanzale il ciuccio. Più tardi sarebbe passata a prenderlo mamma uccellino, che ne aveva bisogno per i suoi piccoli. Era un gesto molto generoso da parte mia, che del resto potevo farne a meno fino a sera. Nonostante le insistenze, però, pare che io non fossi disposta a essere più generosa di così. Occorreva dunque un altro stratagemma per raggiungere l’obiettivo.
L’occasione si presentò durante una breve vacanza trascorsa a Gualdo Tadino, in provincia di Perugia, dove eravamo ospiti nella villa di alcuni parenti. La grande villa era circondata da un immenso giardino (vi ricordo che avevo tre anni) dove giocavo con grande piacere. Ignoravo che in un posto tanto idilliaco potessero celarsi insidie e tranelli. Una sera mamma uccellino, che evidentemente non aveva problemi a seguire i miei spostamenti, riportò il ciuccio con un po’ di anticipo, ma tutti erano troppo occupati per ritirarlo dal davanzale e si arrivò all’ora di coricarsi.
La mamma mi mise a letto, quindi si affacciò alla finestra e si ritirò perplessa. Chiamò papà: aveva preso lui il ciuccio lasciato dall’uccellino? Certo che no: forse l’aveva preso la nonna. Negativo. Di fronte a una piccola me assolutamente smarrita venne condotta un’animata indagine che approdò all’unanimità a sospettare dell’unica creatura capace di commettere un atto tanto vile: il serpente.
La notte trascorse tormentata. Mai avevo rinunciato al mio rito per prendere sonno e attendevo ansiosa il sorgere del nuovo giorno per cercarlo insieme a papà nel giardino, dimora del serpente ladro. La ricerca mi parve interminabile, ma considerando le dimensioni del terreno da esaminare, papà fu incredibilmente fortunato a scavare nel punto giusto. Aveva notato della terra smossa di recente e scavando con il cucchiaio portò alla luce i miseri resti del mio splendido ciuccio. Era tutto tagliuzzato, anzi morsicato, e pieno di terra. Disgustoso. La mamma cercò di ripulirlo – senza eccessivo impegno, si capisce – e quando me lo presentò ancora sporco e con i chiari segni dei denti del serpente, lo rifiutai definitivamente. Non avrei potuto chiedere di comprarne un altro? Che dire, ero una bambina semplice… e da quel momento in guerra con i serpenti di tutto il mondo!
Per loro fortuna negli anni a seguire non ne incontrai alcuno: a Milano, si sa, i serpenti sono piuttosto rari. Ma la vita riserva sempre curiose sorprese…
Più avanti…
Quando avevo quindici anni trascorsi le vacanze estive a Sant’Arcangelo, sul lago Trasimeno. Un posticino tranquillo, molto tranquillo. Per intrattenerci frequentavamo spesso la piscina locale, dove la mamma giaceva immobile per ore sotto il sole cocente per amore della “tintarella”. Io, mia sorella e papà non abbiamo mai condiviso questa passione e gironzolavamo alla ricerca di svago fino all’ora del bagno. Un giorno papà notò un gruppetto di bagnanti curiosi accalcarsi intorno a un uomo che mostrava orgoglioso qualcosa. Andò a vedere e subito tornò a chiamare me e mia sorella. “Aspetta, metto gli occhiali…” avevo cercato di dirgli, ma fui intercettata dalla mamma che pose il veto: “No, no! Se tieni gli occhiali al sole ti resteranno i segni. Vai così.”
Andai così: con lo sguardo vacuo da miope smarrita, i capelli increspati dal cloro sciolti sulle spalle e il bikini rosso ancora umido. Il gruppetto di curiosi si faceva sempre più folto. Qualcuno scattava delle foto. Di tanto in tanto si udiva un gridolino sommesso, qualche risata, poi “Ora io!” e il capannello si rimescolava. Approfittando di questi movimenti, cercavo di insinuarmi al centro del crocchio perché non riuscivo a vedere niente. “C’è un serpente!” mi disse mia sorella prima di svignarsela. Io ero curiosa e volevo vederlo prima di seguire il suo esempio. Mi feci avanti e riuscii a vedere una ragazza che dopo la foto restituiva al legittimo proprietario un cucciolo di boa constrictor. Fu questione di un attimo. L’uomo si voltò verso di me e mi appoggiò il rettile sulle spalle. Me lo aspettavo viscido, invece era carnoso e decisamente pesante per i suoi due metri… E che odorino! La preoccupazione mi rese tuttavia incapace di ribellarmi: pensavo solo a tenere quelle fauci lontano da me e forse stringevo fin troppo la gola del lungo e innocuo rettile. Dopo un tempo apparentemente interminabile, papà scattò finalmente la foto e l’uomo che mi aveva appoggiato il serpentello sulle spalle se lo riprese, consolandolo dopo la brutta avventura (“Che cosa ti ha fatto quella cattivona?” immagino gli abbia detto, borbottando che certa gente non ci sa proprio fare con gli animali).
Tornai di filato alla nostra postazione, inforcai gli occhiali incurante dei consigli della mamma e decisi di non toglierli più. A casa mi feci la doccia e lavai i capelli, ma fu necessario un secondo lavaggio per eliminare quel puzzo di serpente. Lo sapevo! I serpenti sono fetenti in tutti i sensi…