Quando pensavo al cavallo, possente e nobile creatura che affianca l’uomo da millenni, il mio pensiero correva veloce all’immagine dei carri del far West, a eroiche fanciulle che con l’aiuto del fedele amico sfrecciavano tra mille pericoli, i capelli fluenti svolazzanti, per strappare l’amato all’abbraccio della morte, a romantiche passeggiate sulla spiaggia all’ora del tramonto, momento ideale per dichiarazioni d’amore e proposte di matrimonio… Va bene, forse è troppo!
In ogni caso quando seppi che il villaggio turistico di cui ero ospite proponeva lezioni di equitazione, non stavo più in me dalla voglia di provare. Mi balenò il timore di non essere all’altezza della prova, ma fugai subito il cupo pensiero: bisogna essere ottimisti a questo mondo, non è vero? E poi il cavallo è ampiamente utilizzato anche in medicina, l’ippoterapia è praticata con successo su pazienti disabili che grazie ad essa recuperano fiducia in se stessi e migliorano le proprie capacità, per non parlare dei tanti psicologi che consigliano ai pazienti l’equitazione per ritrovare un sano equilibrio interiore. Vi siete convinti?
Io lo ero. Il giorno della prima lezione arrivai baldanzosa al maneggio, dove mi furono impartite le prime nozioni di trotto. Il resto del tempo lo passai a girare in tondo con altri esordienti. Non fu esaltante come speravo e si rivelò decisamente più faticoso del previsto. Mi allontanai sudata fradicia, con un deciso dolore al fondoschiena e una camminata degna di un vecchio e stanco cowboy. Ma non ero intenzionata ad arrendermi. All’inizio tutto pare difficile, no?
Quando mi presentai alla seconda lezione non ero proprio in piena forma: sulla parte interna delle ginocchia avevo delle escoriazioni dovute allo sfregamento contro la piega dei jeans. Pazienza. Mi fu assegnato un cavallo docile, sul quale feci qualche giro di trotto… O almeno avrei dovuto farlo! Mentre i miei compagni procedevano indisturbati, infatti, il mio cavallo tendeva a fermarsi ogni volta che l’istruttore si allontanava, salvo poi ripartire quando tornava. A nulla valevano i miei tentativi di spronarlo con suadenti parole, pacche comprensive sul dorso e ripetizioni dei movimenti appresi. Quando l’istruttore se ne avvide mi disse di assestargli dei colpi decisi con i talloni. Non mi piaceva l’idea e forse eseguii le istruzioni con eccessiva timidezza. Tuttavia, poiché era presente l’istruttore, il cavallo si rimise in moto. La lezione prevedeva anche una breve passeggiata. Finalmente! Avrei goduto il brullo paesaggio sardo da una prospettiva privilegiata… I cavalli procedevano in fila indiana sullo stretto sentiero. Io ero rimasta indietro dopo che l’istruttore era passato in testa al gruppo, che si allontanava sempre di più. Non potevo fare altro che colpire di tacco il testardo destriero, che dopo qualche tentativo si rimise in cammino. Purtroppo aveva deciso di riunirsi al gruppo seguendo una scorciatoia tra i massi sulle pendici in discesa accanto al sentiero. Ogni tanto uno zoccolo scivolava sulla pietra e io cominciavo a temere di non avere un futuro, ma per fortuna andò tutto per il meglio. L’istruttore mi guardò con disappunto, neanche fosse stata una mia idea!
Le cose non migliorarono alla terza lezione: uno dopo l’altro provai tutti i cavalli del maneggio, ma sotto la mia guida nessuno sembrava “funzionare” a dovere. Mi fu consegnato anche un frustino di fortuna (un rametto lungo privato delle sporgenze), ma l’unico risultato che ne ricavai fu una piaga fastidiosissima sul mignolo della mano destra. Non restava che provare il cavallo più basso, con sella all’americana, destinato generalmente a bambini piccoli e casi disperati. Lì non dovevo fare niente: era un cavallo del tutto automatico. La mia autostima ne risentì parecchio, ma volli provare ancora una volta.
Era tardo pomeriggio e io ero l’unica principiante imbranata del gruppo. Decisero di andare in passeggiata sul vicino lago salato. Quando lo raggiungemmo lo spettacolo era maestoso: il tramonto colorava di rosso il cielo e donava riflessi incantevoli alla distesa d’acqua. Raggiungemmo la riva e ci avviammo sull’ampia spiaggia deserta. Era fantastico, quasi come nei miei voli pindarici… I cavallerizzi più esperti morivano dalla voglia di fare una bella corsa su quel lido magico e partirono al galoppo. Purtroppo il mio cavallo automatico ritenne di dover essere coinvolto e partì al galoppo di propria iniziativa. Immagino di aver fatto tutto ciò che la teoria raccomanda di non fare: con gli occhi sbarrati dal terrore mi abbarbicai alla criniera e al collo dell’intraprendente cavalcatura, cercando un improbabile appiglio con ogni parte del mio corpo. Non vedevo più l’incantevole scenario che mi circondava e la paura mi impediva addirittura di rivedere scorrere la mia breve vita prima del trapasso che ormai pareva inevitabile. Evidentemente il destino aveva altro in serbo per me e dopo un periodo apparentemente interminabile, il cavallo si fermò. Fui scortata al maneggio dall’istruttore che ritenne saggio non allontanarsi più e quando scesi da cavallo sapevo che non vi sarei mai più salita. Istinto di conservazione batte sogno romantico 10 a 0! Non sono portata per certe cose, è meglio arrendersi all’evidenza.
Preferisco continuare a trattare con i gatti: almeno loro – è risaputo – non obbediscono a nessuno…